Mensa scolastica e "diritto al panino"

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Mensa scolastica e "diritto al panino"

Tu chiamali se vuoi …“diritti”.

Quarto Stato

Quello che viene chiamato il “diritto al panino” nelle mense scolastiche (cioè il diritto di portarsi il pranzo da casa) è la “sintesi” della contestazione di un gruppo di genitori nei confronti della bassa qualità e dei costi elevati della mensa dei propri figli.

Inizia a Torino più di tre anni fa: i genitori denunciano il costo del buono pasto - considerato esoso, per le massime fasce ISEE si arriva fino a 7/10 euro - e la scarsa qualità del cibo (non solo del servito ma anche delle materie prime).

In effetti il comune di Torino ha i costi di refezione più cari d’Italia.

Il motivo principale è la presa in carico da parte del Comune (cioè dei contribuenti) delle quote delle famiglie più povere.

Questo onere non è “spalmato” sull’intera collettività ma solo sulle famiglie che frequentano la scuola.

Per la qualità del cibo: il servizio di refezione è fornito da Camst, il gigante emiliano da 41 milioni di pasti/annon nelle scuole italiane.

A Torino serve 16 mila pasti al giorno, con menù e piani dietetici elaborati dalla Asl.

Le pietanze vengono veicolate da centri di cottura decentrati, lontani dai luoghi di consumo, e mantenute a temperature costanti fino al consumo (es: i piatti asciutti di pasta/riso mai inferiori a +65°C).

Poi il comitato “Caro Mensa”, al principio formato da circa 60 famiglie, intraprende un’azione legale per il diritto di mangiare a scuola il cibo portato da casa.

 

Si inaugura la possibilità - per le famiglie di tutte le scuole italiane - di concentrare e sintetizzare il malcontento che da tanti, troppi anni riguarda il servizio di refezione scolastica.

E la possibilità di lottare - contro il caro mensa/bassa qualità - attraverso lo strumento dell’astensione.  

La richiesta viene accolta dalla Corte d'Appello di Torino: riconosce a ogni cittadino il diritto di decidere se aderire al servizio di refezione scolastica.

Impone dunque al Comune e al Ministero di organizzare un servizio adeguato alla nuova possibilità.

 

Quello che in alcuni paesi d’Europa è una pratica acquisita - piena decisionalità su cosa/ come mangiare a scuola - in Italia scuote una struttura e un’organizzazione pensata e radicata fin dagli anni settanta.

 

È infatti in quel periodo che le cucine interne ai plessi scolastici, più o meno piccole/attrezzate, vengono gradualmente smantellate – poiché considerate antieconomiche – e sostituite dalla modalità del pasto veicolato da cucine centralizzate, grandi centri di cottura parzialmente o totalmente in appalto a Aziende di ristorazione privata.

 

Bambini che portano la schiscettail barachinil panierinoinsomma gli scaldavivande, rapidamente mettono in crisi le scuole, i presidi, i sindaci.

Più che "in crisi", è un bel casino.

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Soprattutto per le scuole e i comuni che debbono gestire nei tempi brevi un evento straordinario.

Le USL locali, "colte di sorpresa" e non strutturate per poter vigilare questo servizio, danno in sintesi completa delega - e responsabilità - ai gestori.

Intanto al Ministero della Salute si sta costituendo un tavolo tecnico che avrà il compito di rivedere le linee guida sulla ristorazione (approvate nel 2010)

 

Come far combaciare le attuali norme in vigore (igienico sanitarie ma non solo) con le richieste dei genitori?

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Ora il primo problema da risolvere sembra essere la convivenza tra “chi mangia a scuola” e gli “obiettori della mensa”. 

 

 

  • Mangeranno nello stesso posto?

Sperando che la risposta sia affermativa - visto che il pasto collettivo è tempo didattico/ pedagogico condiviso - come adeguarsi in tempi brevi all’imprevista convivenza?

 

  • Come si garantirà la sorveglianza/sicurezza igienica del “cibo domestico”?

Un possibile “contenimento igienico” potrebbe essere (e in molte scuole già lo è) proibire gli assaggi tra i bambini. 

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 Obiettori della mensa e “Quelli che mangiano a mensa” non potranno scambiarsi assaggi ma potranno lanciarsi un laconico Non posso, è proibito dalla Legge”.

   

 

  • Come/Chi garantirà l’adeguatezza alimentare degli “obiettori”?

Portare il pasto da casa prevede che si abbia il tempo per prepararlo, cosa non da tutti (specialmente sul lungo periodo), e i numeri non confortano: aumenta quello delle famiglie che vivono sulla soglia della povertà, come quello del sovrappeso e obesità (indici di malnutrizione oltre che di stili di vita inadeguati).

  

  • Chi non si avvale del pasto a scuola (e dunque non lo paga) come parteciperà alle spese di pulizia dei locali, o di sorveglianza?

 

  • Come comportarsi con le Ditte appaltatrici del servizio di refezione in essere se le iscrizioni alla mensa diminuiranno e dunque calerà l’entrata dei contributi? 

 

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La questione sembra ingarbugliata

 

 

 

 

 

Lavoro nella refezione scolastica come Dietista Counselor da tanti anni.

Credo che le questioni collegate al “diritto al panino” siano solo la punta dell’iceberg di un legittimo malcontento che necessita di una riflessione, e di un ripensamento, che dovranno essere più profondi, e sul lungo periodo.

Ripensamento generale che riguardi soprattutto la qualità delle materie prime, del servizio, abbandonando modelli che non funzionano più.

Mi sono sempre occupata di educazione alimentare nella scuola, e tramite la scuola, alla famiglia.

Sono convinta che sia utile e efficace, non solo come strumento di informazione e prevenzione sui temi della salute e del benessere, ma anche come momento di formazione dei futuri cittadini e degli abitanti di questo Pianeta, delle cui risorse ci nutriamo e che dobbiamo proteggere.

Penso che attraverso il cibo passi buona parte dell’integrazione di cui abbiamo bisogno nelle nostre città: spesso la mensa scolastica dà l'opportunità ai bambini di famiglie straniere di mangiare e  condividere il cibo italiano .

La maggior parte delle famiglie che ho incontrato nel tempo, nelle scuole e nelle Commissioni Mensa, considera fondamentale la qualità del pasto:

  • perché i loro figli mangiano a scuola 5 giorni a settimana
  • perché mangiare a scuola interviene sulla formazione del gusto (o del disgusto) e sulle abitudini alimentari future
  • perché la convivialità aiuta i bambini disappetenti o “schizzinosi” ad assaggiare cibi che non proverebbero a casa.

 

 

Credo che la protesta dei genitori, varcate le soglie istituzionali, ci proponga di FARE azioni concrete che migliorino il sistema di refezione scolastica, soprattutto nelle grandi città, e dunque di lavorare (e spendere) in quella direzione.

 

Abbandonare le grandi cucine centralizzate che veicolano decine di migliaia di pasti, tornare a cucinare nelle scuole, nei plessi, lasciando alle ditte appaltatrici l’approvvigionamento delle materie prime e la gestione del personale. Così come si fa in alcuni Nidi e nelle Materne.

Questa è una direzione, a parer mio.

Lavorare sui capitolati d’appalto (non fare sempre copia e incolla), renderli una griglia impenetrabile alla manipolazione/contraffazione, pensarli adeguati al proprio territorio, valorizzare le realtà produttive locali.

Sostenere la creazione di Commissioni Mensa che partecipino in modo proattivo e creativo alla gestione del servizio mensa.

Dobbiamo tutti riflettere se sia lungimirante spendere il denaro pubblico comperando forni a microonde - per scaldare i pasti da casa - e/o adeguando gli spazi dei refettori, insomma se questa direzione possa garantire un “servizio di qualità” vera nel futuro.

Perché mangiare bene (gustoso), e sano (nella composizione dei menù, nella provenienza - allevamenti/coltivazioni) quello si è un diritto.

Un diritto di tutti.